Cannes 2018|0: partiti (e) presi

Cannes 2018, cinema

Quello che vorrei, che mi auguro, che mi aspetto, con una decina buona di annate cannoises sulle spalle e con il materiale che abbiamo in mano.

Ci aiutano gli amici di cineforum.it, che hanno raccolto qui tutti i trailer disponibili.

Ash is purest white, Jia Zhang-Ke: tutto. Quello che so è che userà il tema musicale di The Killer mentre qualcuno svuota svariate bottiglie di alcoolici in una boule per brindare a “lealtà e onore”. Uno spaesamento che ricorda l’uso di Go West in Mountains May Depart. Se non si rompe qualcosa, nella seconda (o terza) parte del film, ha già vinto.

En guerre, Stéphane Brizé: tantissimo. Fin dal trailer (il carattere bianco e bold che scivola d’incandescenza sul nero) Brizé e Vincent Lindon sono en guerre. Dopo La loi du marché e Une vie, il regista e l’interprete più politici e potenti del cinema francese (ed europeo), tornano a pestarci i calli sulla realtà. Aspettiamo che gli amici di Libé si distraggano dal prendere in giro i giornalisti italiani (e invochiamo fin da martedì sera un “ciao, ciao…come stai” al secondo anello, in grado di oscurare il Raul! del primo) per spiegarci bene come stare en marche anche al cinema. Grande curiosità per come Brizé riuscirà a gestire il campo stretto sul suo Eroe con il racconto visivo della massa. Oasi vegetale (palme) molto florida.

Burning, Lee Chang-Dong: tantissimo. Per chi ha seguito il cinema coreano fin dal 1996: alla fine ne resterà soltanto uno. Importazione vegetale (palme asiatiche) senza dazi.

Dogman, Matteo Garrone: tantissimo. Garrone torna al racconto dell’Italia nera (su questo FilmTv sta preparando uno speciale, parecchio speciale), dopo l’euforia meta-autoriale de Il racconto dei racconti. Cannes l’ha scelto (anche) contro Sorrentino. Buon fertilizzante vegetale (palme).

Under the Silver Lake, David Robert Mitchell: tantissimo. C’è un momento in tutti i Festival in cui si manifesta una fame chimica di cinema americano. Anche indie. Quest’anno c’è solo lui: It follows. Patrick Fischler sarà il nostro nume tutelare.

Cold War, Pawel Pawlikowski: tanto. Più che per l’Oscar di Ida, perchè il suo prossimo film sarà Limonov da Emmanuel Carrère.

Plaire, aimer et courir vite, Christophe Honoré: tanto. Dal regista di uno dei film peggiori della storia del cinema francese (Ma mère), l’anno dopo Campillo (120 battiti al minuto). Ha i peggiori auspici, ma mi gioco che potrebbe essere il loro Call Me by Your Name. Zona floreale (palmette) assolata.

BlacKkKlasman, Spike Lee: tanto. Se solo riuscisse a risolvere il suo complesso di inferiorità da maschio alpha nero potrebbe essere il Tarantino non-bianco. Il plot ha tutto. She’s Gotta Have It non aveva niente. (Non rientra nella categoria dello USA junk food cinema da festival perché sarà troppo intelligente e impegnato).

Lazzaro Felice, Alice Rohrwacher: tanto. Non amo minimamente il suo cinema: da anni aspetto di essere contraddetto e fare abiura.

Summer, Kirill Serebrennikov: qualcosa. Quasi come sopra: Playing the victim era un oggetto giovane ma molto promettente, Betrayal di una presunzione devastante, Student un discreto compromesso. Può solo essere meglio.

Un coteau dans le coeur, Yann Gonzalez: qualcosa. Con molte precauzioni.

Shoplifters, Kore-Eda Hirokazu: poco. Ma solo per idiosincrasie personali. Temendo che stia più dalle parti di Little sister che di Ritratto di famiglia con tempesta e Father and son. Ma già aver evitato il tributo Kawase quest’anno mi sembra tanto…

The Wilde Pear Tree, Nuri Bilge Ceylan: poco. Come sopra. Amatissimo, celebrato, il cinema turco d’autore, sudato, che mi lascia del tutto indifferente.

Ayka, Sergey Dvortsevoy: poco. Come sopra, con meno quarti di nobiltà.

Capernaum, Nadine Labaki: poco. Da Caramel in poi è stata (un’idea di) buona fiction introdotta nei Festival prima di pensare che si dovessero programmare tante puntate (di vera, buona, fiction) per volta.

Three Faces, Jafar Panahi: poco. Purtroppo mi sembrava un cinema fuori tempo massimo anche quando era di moda. Non si può dire, però.

Todos lo saben, Asghar Farhadi: niente. Dati gli interpreti non può essere peggio di Escobar. Implica (non giustifica) l’arrivo a Cannes di martedì pomeriggio. Sui film d’apertura Venezia (Gravity, Birdman, La la land) asfalta commercialmente Cannes da anni (Up).

Le livre d’image, Jean-Luc Godard: niente/tutto. Histoire du cinéma ou cinéma de l’histoire? Se ne sente in eco la voce stentorea. Cannes una volta ha provato a metterlo sullo stesso piano di Dolan: mi è entrato da tempo nella categoria battiatiana dell’uva passa. Però si sente nel trailer un ciak dell’Odissea…speriamo di non maturarne mépris.

Sugli altri (Asako I & II, Ryusuke Hamaguchi; Girls of the Sun, Eva Husson; Yomeddine, A.B Shawky) non mi pronuncio: onestamente ne so troppo poco.

Naturalmente non vedo l’ora di essere smentito (in positivo).

 

 

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