#Cannes2018 | 1 (in) Castigo. Per quale Delitto? l’apertura

Cannes 2018, cinema

La sensazione all’apertura è quella di essere stati messi in castigo. Senza distinzioni di casta: accrediti rosa e blu, rose pastille (l’accredito di giada) e gialli (l’accredito di balsa). Tutti gli accreditati stampa. Anzi, per una volta chi ne fa le spese sono proprio i colleghi dei quotidiani cartacei. La polemica per il trattamento della stampa in questa edizione numero 71 serpeggia da mesi. Per non annoiare con questioni da addetti ai lavori semplifichiamo al massimo: i Festival con maggiore afflusso critico di norma proiettano i film in Concorso prima per i giornalisti e dopo per gli spettatori paganti (quelli che fanno la montée des marches a Cannes, la passerella a Venezia). Non per ragioni snobistiche, ma semplicemente di tempo. Il discorso del Festival (la sua struttura di dispositivo, che serve a produrre senso e sapere, se vogliamo anche potere) si è codificato in epoca pre-digital, e ha sempre, e logicamente, privilegiato la copertura cartacea quotidiana. Da cui una scansione naturale: i giornalisti dei quotidiani avevano bisogno di più tempo per scrivere dei film e farsi pubblicare il giorno dopo, mentre gli appassionati paganti dovevano soltanto occupare il proprio tempo di spettatori. La vulgata riporta che le maître du Festival (ma data la gestione verrebbe da dire: il paron), Thierry Fremaux, infastidito dalla protervia con cui gli accreditati usavano i social per parlare (male) del film appena visto prima della proiezione con struscio, abbia deciso di punirli.

Allora si inverte l’ordine: i film si vedono insieme o addirittura dopo, in un tripudio di aristo-socialismo. Che poi non si tratta per nulla di questioni per addetti ai lavori, anzi, tutto il contrario: di fatto i quotidianisti vedranno pubblicate le loro riflessioni due giorni dopo il passaggio del film (le rotative si chiudono presto: è la stampa, bellezza, anche se è digitale). Ad essere coinvolti non sono i cinefili digitali, i follower compulsivi dei blog, i rastrellatori da social, ma proprio quell’universo di nonaddetti ai lavori che poteva essere informato, più o meno rapidamente, di un cinema che si dava fuori dal circuito dei multiplex e delle distribuzioni massive…proprio attraverso i quotidiani! In ultima analisi, si tratta di politica culturale, che è cosa più interessante delle beghe da accreditati.

Questa la (lunga) premessa.

Il castigo è quello che ha visto gli accreditati stermati (e stremati dalla consueta fila…) nella sala cadetta ad attendere che tutti gli invitati eccellenti si accomodassero, e poi ad assistere alla cerimonia di inaugurazione, attraverso il segnale di Canal+ (che trasmetteva in diretta in tv e nelle sale del suo circuito distributivo). Non come opzione (lo stesso accade da sempre, a libera scelta, per le cerimonie di premiazione), ma come obbligo. Mentre Edouard Baer (guitto televisivo e maestro di cerimonie di Cannes e del premio César) ammansiva un’ora buona di celebrazione del fare film, con ammiccamenti a registi e attori in sala, divertita genealogia del momento creativo, produttivo e festivaliero del cinema (anche les ongres della produzione trova il suo posto, curiosamente rimangono fuori dal racconto solo quelli che i film li vedono e, semmai, ne scrivono), i giornalisti rimangono dall’altra parte, in ostaggio.

L’umiliazione è sottile ma costruita con un rigore simbolico esemplare: non si vede cinema (il motivo per cui si va ai Festival) ma un segnale televisivo pay (quello che piace, perché invece Netflix rimane fuori, come se si potesse chiudere la diga con un dito); non si è partecipi dell’evento, fondato sulla presenza, la condivisione, la reciproca (e insistita) esplicitazione di essere tra pares (il saluto ai cinephiles in smoking in galleria, quelli che pietiscono una invitation con le scarpe da tennis, è grottesca, sarcastica, irrisoria), ma si è spettatori coatti; viene costretto un interesse da spettatore (televisivo), da fan giubilatorio del divo, da ammassato che deve ringraziare il contatto, mediato, con la star.

E anche questa è politica culturale.

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