#Cannes2018 | 2 (in) Castigo. Per quale Delitto? Todos lo saben

Cannes 2018, cinema

Il castigo è (anche) quello di assistere a Todos lo saben, di Ashgar Farhadi, in queste condizioni, come film d’apertura. Che, proprio per il suo essere fuori concorso, è una soglia. Un’apertura al discorso: senza arrivare a epifanie mediali come il Moulin Rouge di Baz Luhrmann, che riusciva a tenere insieme in perfetta sintesi post-moderna la montée e la séance, la performance delle attrici e ballerine fuori dallo schermo e la visione filmica, mi piace ricordare almeno l’esperienza pura di Up!

Da anni Cannes viene surclassata da Venezia nella scelta del film d’apertura, che al Lido diventa un viatico per l’Oscar.

Ma difficilmente aveva aperto la sélection officielle con un film sbagliato di quello che aveva consacrato come un auteur (forse My Blueberry Nights di Wong Kar-wai, più di dieci anni fa).

Anche Farhadi sembra in ostaggio (ma non certo in castigo).

Della presenza esorbitante della coppia Penélope Cruz-Javier Bardem (già terribili in Escobar, come avevo mestamente aruspicato), senza nessun controllo attoriale: lui a costante rischio di ridicolo, lei trasfigurata in una mater dolorosa che oscilla tra la sciatteria e il melodramma muto, entrambi orfani di Almodovar.

Del suo stesso cinema: Todos lo saben è una specie di esercizio da film commission europea (produzione francese, ambientazione spagnola)  sul tema de Il passato. Una doppia coppia, un’adolescente come punto di incandescenza, il ritorno dell’elemento esterno destabilizzatore, una soluzione drammaturgica al femminile e laterale.

Ma quello che, da Una separazione a Il cliente, si nutriva di una consapevolezza profonda di appartenere a un sistema socio-culturale estraneo (anche all’universo europeo da Festival in cui i film venivano presentati) e straniero (per l’arrivo di un personaggio da fuori), qui si trasforma in uno sguardo di semplice straniamento turistico.

Una famiglia si ricompone in un villaggio spagnolo, per un matrimonio. La sedicenne Irene viene rapita al culmine dei festeggiamenti. I sospetti investono tutta la comunità, perché il dolore potrebbe nascondere la vendetta: economica, sentimentale, famigliare.

Macchinoso nello svolgimento: la prima (inutile) parte di costruzione del grosso grasso matrimonio spagnolo funzionale solo all’epifania drammatica del rapimento; la tessitura dei reciproci sospetti (l’unica potenzialmente interessante); la rivelazione (che strappa le risate agli stermati stremati); la conclusione, con la colpevolezza (era la meno indiziata…) e lo scioglimento aperto. Decorativo nel racconto del micro-cosmo.

Ma soprattutto ostaggio della scrittura di genere: minato da incongruenze di scrittura ciclopiche (sarà mai possibile che una fanciullina argentina che sidera lo status quo paesano con il suo arrivo, passi del tutto inosservata nella sua scomparsa?), didascalico fino alla spasimo (armate tutte le cariche del racconto-spiegazione interno per far capire allo spettatore), e insieme allegramente evasivo (proprietà terriere che si vendono in un amen, comunità che conosce tutto ma non vede niente).

Siamo (solo) all’inizio.

 

 

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