#Cannes2018 | 3: Pajaros de Verano, dalla realtà, alla Storia, alle storie

Cannes 2018, cinema, tv

L’attacco è da cinema del reale, quasi antropologico, ma con un look curatissimo, quasi leccato. Il regista, qui insieme alla sua produttrice storica, Cristina Gallego, è Ciro Guerra, già visto alla Quinzaine (e candidato agli Oscar come Miglior Film Straniero) con El abrazo de la serpiente, che raccontava l’incontro tra uno sciamano amazzonico e due scienziati alla ricerca di una pianta miracolosa. E il direttore della fotografia è ancora David Gallego, uno che sembra più interessato a Sergio Leone che al cinema documentario.

La prima mezz’ora racconta la tenacia con cui, alla fine degli anni ’70, le famiglie discendenti dei nativi Wayuu, nel nord della Colombia, difendono le proprie tradizioni e i propri miti ancestrali, in una sorta di ostinata resistenza alla modernità. Assistiamo alla cerimonia di passaggio all’età adulta della giovane Zaida, della prima danza rituale dell’amore con il fratellino Leonidas, e poi alla richiesta di matrimonio da parte di Raphayet, intraprendente commerciante che intrattiene contatti con chi proviene dall’esterno della comunità: il suo socio, Moises, è un colombiano di colore di lingua spagnola, e insieme si spingono anche a favoleggiare un rapporto con i gringos. Impariamo quante vacche, capre, asini e collane servono per una dote, come si preparano le bisacce magiche all’uncinetto, le pitture rituali sul viso. E non ci accorgiamo neanche che il viso di Zaida è quello di Natalia Reyes, divetta colombiana del cinema blockbuster e della tv (da noi è arrivata come la Jessica di Cumbia Ninja, stracult per teeenager). A poco a poco ci rendiamo conto che questa immersione nella micro-realtà di una comunità fuori dal tempo ci sta traghettando verso la Storia, e soprattutto verso le storie.

Per racimolare i soldi per la dote, Raphayet vende 50 chili di marijuana (coltivata sulle montagne da un’altra famiglia Wayuu) a un gruppo di fricchettoni hippy. Presto diventeranno 600 tonnellate, poi una quantità indefinita e indefinibile: è nato il business del traffico di stupefacenti dalla Colombia agli USA. Guerra è straordinario nel mantenere il registro della documentazione antropologica lungo questo percorso di modernizzazione criminale: la precisione con cui presenta i gonnellini rituali maschili e le vesti tipiche delle donne si dispiega nella comparsa delle prime armi, dai revolver alle pistole nichelate e istoriate che costellano l’immaginario dei gangster latino-americani, dalle camicie sudice a quelle immacolate o sgargianti. Le vacche e le pecore si trasformano in fucili automatici, i muli in grossi camion e poi in pickup e 4×4. La fanciulla che ha officiato il rito funebre della seconda sepoltura pulendo le ossa al suono di una salmodia si ritrova in piscina a compulsare una rivista di moda. Le capanne e le amache ai limiti del deserto diventano una dimora di cemento bianco e vetri, piombata come un’astronave nello stesso deserto.

Il crimine produce ricchezza, ma deve sempre fare i conti con la tradizione, con codici ancestrali che chiedono di volta in volta sangue e remissione. Emerge titanica la figura di Ursula, la madre di Zadia, custode del talismano magico di tutta la tribù, che legge i sogni e che determina il destino delle persone. Spinge Raphayet ad abbandonsare il socio Moises, perché ha ucciso due trafficanti americani. Il cortocircuito è alle porte, l’intuizione del film potentissima: invece di temere (legittimamente) la vendetta dei gringos, questi pastori diventati spacciatori temono la collera degli spiriti. Di fronte alla potenza devastante che il loro commercio provocherà negli equilibri socio-economici e politici di tutto il mondo, questi indigeni pacifici, che stanno devastando generazioni di tossici in tutti gli angoli del pianeta, temono il sussurro di un uccello raro, un soffio nella notte, un auspicio, un presagio. Temono la loro identità.

Ormai ricchissimi, sono destinati a scontrarsi, a massacrarsi (dopo il canto della bonanza arriva quello della guerra) ma, ancora, non per sete di denaro (come ci ha insegnato l’immaginario di genere del cinema USA), piuttosto per questioni di rispetto: un’offesa durante una cerimonia funebre, una violenza sessuale, l’uccisione di un messaggero, di un officiante delle ambasciate. Completamente vittime della parte più profonda della propria identità, quella che si ostina a rimanere estranea all’evoluzione criminale e antropologica. Attraverso una raffinata concatenazione di snodi narrativi di puro genere: Leonidas, il figlio deviato e perverso, è l’elemento finzionale scatenante, intorno al quale sono costretti a capitolare i principi documentali del racconto di un popolo e di un tracciato storico.

Incapaci fino in fondo di accettare le regole dell’opportunità e i codici criminali, gli indiani nativi si auto-distruggono. Lasciando ancora una volta, nella storia di un continente, di farsi colonizzare ed estirpare.

Alla fine la famiglia di Raphayet e Zadia verrà sterminata, grazie all’intervento della gente di Medellin, che prenderà il controllo della situazione.

Sono gli anni ’80, alla marijuana si sostituirà la cocaina, nascono il cartelli. È il regno di Escobar. Non quello di Bardem, ma quello della serie tv Narcos.

Abbiamo capito che la storia di Pajaros de verano, con altri dialetti laterali (qui allo spagnolo di Colombia), altri patti di sangue e di famiglie, potrebbe essere quella di Gomorra, quella dei Casamonica di Suburra.

Che la figura della terribile matriarca Ursula, che mette a repentaglio la vita della comunità per proteggere il figlio degenere, oltre agli immediati echi shakespeariani, ci porta fino alla Gemma di Sons of Anarchy, alla Lady Ray di Outdisders,alla Smurf di Animal Kingdom.

Straordinariamente sospeso tra testimonianza e genere puro, tra riflessione sui destini di un popolo e nascita di un impero criminale transazionale, tra etica (della ragione) ed estetica (compiaciuta: c’è anche questo), tra cinema e televisione, tra urgenza della realtà e desiderio di plasmarla nella storia, tra verità e immaginario, questo Pajaros de veranoapre la Quinzaine des réalisateurs con una forza inaspettata.

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