#Cannes2018|4: Leto, forse (ma solo forse) un film pornopop

Cannes 2018, cinema, Scritture

Leto (L’estate) accende una luce (in bianco e nero) su un micro-cosmo inconnu fuori dai confini russi e da quelli dei feticisti del genere: la scena rock-new wave di Leningrado agli inizi degli anni ’80, tutta stretta tra sale d’incisione improvvisate, case ingombre di bicchieri, dischi, cover di dischi occidentali ricopiate a matita, e il Leningrad Rock Club, l’unica istituzione autorizzata dal potere a tenere concerti (sempre a patto che il pubblico, rigorosamente seduto, non si muova a tempo in modo troppo sfacciato).

Lo sguardo è quello di Kirill Serebrennikov, talmente attento al clima socio-culturale del proprio paese da essere detenuto nelle patrie galere, e pertanto impossibilitato (insieme a Jafar Panahi) a partecipare al festival.

Sono tre i piani che si intrecciano: quello del biopic musical classico (molto debitore al Control di Anton Corbijn su Ian Curtis dei Joy Division), che racconta la carriera (calante) di Mike Naumenko (il “Dylan russo”) degli Zoopark e quella (crescente) di Viktor Stoy dei Kino, una specie di icona (scopriamo dopo) della new wave sovietica; il triello amoroso alla Jules et Jim tra i due cantanti (pioniere e giovane turco, mentore e discepolo) e la moglie di Mike, Natasha; l’affresco sociale d’epoca, filtrato dalle contraddizioni dei giovanissimi artisti, tra istinto sovversivo e quieta rassegnazione, anti-conformismo e valori tradizionali (Mike e Natasha hanno un figlio, tutti i cantanti devono chiamare la madre per passare la notte fuori, i bagordi notturni si pagano con gli occhi pesti al lavoro del giorno dopo o le reprimende della vicina che fa da baby-sitter), élan vital e melmosa staticità (forse anche precauzione, sicuramente repressione).

Tutto, senza scampo, fuori (dal) tempo: il loro pantheon musical-esistenziale, da Lou Reed ai T-Rex, da Bowie ai Blondie, dai Talking Heads a Iggy Pop, è già passato (quasi di moda) da almeno dieci anni.

Non solo nel racconto, ma anche nella messa in scena: gli scarti onirici che insertano video clip à la Gondry di Psychokiller, The Passenger, Perfect day e All the Young Dudes, sembrano terribilmente vecchi, forse anche per il senso oscenamente pop che questi pezzi hanno ormai conquistato nel nostro immaginario, abusati come jingle pubblicitari, sigle di programmi tv, pezzi di bravura da talent show.

Stranamente nel film non si riesce ad entrare, al contrario di qualsiasi titolo-omaggio a una stagione musicale: da Velvet Goldime a The Last Day of Disco, da Almost famous a C.R.A.Z.Y.

Il modo in cui quell’incandescente decade post-punk della musica britannica e statunitense (che ha segnato, di riflesso, anche la nostra generazione) viene vissuta e restituita dai protagonisti e dalle immagini ci sembra svuotato, infantile, naif, ingenuo.

E restituisce un film utile soltanto alla scoperta (affascinante, certo) di un pezzo di industria culturale sconosciuto oltrecortina.

Ma forse il gioco di Serebrennikov è proprio questo: restituire in chiave meta-testuale quello sguardo, quella distanza, quell’incapacità di assorbire una mitologia esterna ed estranea.

Guardare quegli eroi musicali attraverso il film come li guardavano Viktor, Mike, Natasha e i loro compagni di strada, affascinati dalle cover di dischi lontani al punto da volerli copiare a matita o entrarci dentro, da pensare che davvero si potrebbe fuggire dalle angherie dei tradizionalisti su un treno sognando di diventare Psychokiller sprizzando fulmini ed elettricità, o di incontrare una sosia di Laurie Anderson che, sotto la pioggia, provi a convincerci che anche quello potrebbe essere un Perfect day.

Forse (ma solo forse), allora Leto non è un film sbagliato, ma soltanto un film che ci costringe a guardarlo dalla parte sbagliata, e a fare i conti con la nostra idea di un’egemonia dell’immaginario. Quella che ci mette in empatia immediata con Velvet Goldime e The Last Day of Disco.

Forse (ma solo forse), allora Leto è una riflessione sulla traduzione degli immaginari culturali del 2018 (e non degli anni ’70 e ’80), su quanto sia ancora lo scarto per chi prova a raccontare l’ex Unione Sovietica. E allora forse (ma solo forse) Leto è davvero un film pornopop.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...