#Cannes2018 | 6: La Cina è vicina (noi no)

Cannes 2018, cinema

È sempre più difficile scrivere di Jia Zhang-ke. Quando invece è sempre più semplice guardare il suo cinema, soprattutto per chi non va ai Festival ma va in sala e, da Platform a Ash is Purest White, può partecipare sempre più facilmente a un’epifania di racconto della Cina. Perché è questo che fa Jia Zhang-ke, con il suo lavoro quotidiano di regista e traduttore culturale da esportazione: costringere noi (gli altri) a capire cos’è la Cina. E la sua frequentazione sempre più pensata del registro del grottesco (à la Kitano verrebbe da dire, e verrebbe anche da capire meglio, oggi, il terzo capitolo di Aldilà delle montagne) è una soluzione sorprendente per far entrare gli altri nel suo universo.

Difficile rendere conto dell’impresa ormai borgesiana, in scala 1:1, di messa in scena di una complessità sociale, quella cinese, quasi impenetrabile. E quindi di trovare una pista nel labirinto.

Come sempre c’è il viaggio nello spazio e nel tempo, nella direttrice dal noto all’inconnu.

Nello spazio. Quaio deve lasciare la città (e l’attività, l’attitude) di partenza per andare in prigione. Ma lo scarto, il déplacement,è già nella sua identità, pratica, esperienza: compagna del capo, Bin, donna dirimente tra gli uomini, prende su di sé l’arma (la pistola), il ruolo (di protezione, di soluzione) e a tratti anche il nome (Quaio viene chiamata, rispettata, onorata, tanto quanto, e forse più che, Bin) del maschio. Da lì taglierà il corpo della nazione in traghetto e in treno, verso un fantomatico progetto di ricerca sugli UFO (seguendo un uomo che non è quello che dice). I viaggi disegnano una cartografia e un’ecografia del corpo della Cina: la sezionano, ne esibiscono la pelle e la tensione muscolare (quello che si può guardare dal finestrino) e ne rivelano le patologie nascoste (l’orografia schizoide, valli e vite che andranno sott’acqua, città che si costruiranno, deportazioni di minatori, ricostruzioni da zero).

Nel tempo. È il passaggio (2001-2018, segnato dall’uso filologicamente esposto delle riprese e dei formati) da un’età che si domina al presente, alla modernità, al ruolo della Cina nell’oggi con tutti gli altri. Che era l’Australia in Aldilà delle montagne, e adesso è una sospensione: tra il massimo di anti-realtà (gli UFO che benedicono la nuova prosperità di Quaio, dal pauperismo truffaldino post-carcere alla borsa di Louis Vitton) e la prossimità estrema con la vita dei cinesi in patria e all’estero (Wechat, l’app identitaria e anti-inclusiva più diffusa al mondo).

Sempre per ritornare al punto di partenza, alla stessa sala/casa da/dai gioco/giochi.

La pista, per uscire dal labirinto, la scegliamo musicale: che sia una pista da ballo e una pista sonora.

In Aldilà delle montagne la via dello spaesamento suonava Go West dei Pet Shop Boys a segnare il passaggio di un anno e poi il detour. L’analogo questa volta è YMCA, sguardo ritardato dall’oriente all’occidente, replica sorda dei movimenti (il ballo, ma anche l’esercitazione delle detenute), fascinazione tardiva, tardata, da tardona.

Ma c’è un ritorno, un ribaltamento: è il tema di The Killer di John Woo, il pezzo della popstar Sally Yeh, che ritorna ossessivamente nella prima parte del film.

Cambia il verso, il labirinto si capovolge.

Il tema è una professione identitaria: canta come noi, gli altri, abbiamo pensato di imparare la società cinese e anche il genere, attraverso il regista (da festival) più amato.

I criminali di mezza tacca di Jia Zhang-ke ci provano. Lo ascoltano (insieme a noi), anche se preferirebbero vedere numeri di ballo da sala. Lo guardano insieme, il film, come in una cerimonia rituale.

Ma poi non ci riescono. Bin prova ad affrontare i cattivi come John Chow, ma non ce la fa. Lo picchiano. Deve salvarlo Quaio esplodendo un colpo da una pistola che prima era meno sfiorata di una tessera del domino. Non ce la fanno. I fratelli  di Jia Zhang-ke si giocano sedie a rotelle, non fette di mercato.

In quel domino Jia Zhang-ke cala una tessera in più per farci capire il suo paese disegnato dalle rotaie. Ci dice che John Chow non esiste. Non esisteva (forse). Che Jennie, da sola, avrebbe potuto risolvere i problemi, tornando a gestire la sala da ballo (e canto).

Che non dobbiamo sorridere di fronte ai balletti di Go West e YMCA.

Perché noi abbiamo costruito una mitologia intorno a un pezzo.

Che vale quanto una canzone d’amore, qualunque, interpretata da un cantante stonato, con un chitarrista scordato, e degli animali in gabbia sullo sfondo.

Che vale il bisogno di riguardarci da capo, dalla Cina.

 

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