#Cannes2018 | 7: Godard, malgré tout

Cannes 2018, cinema, Scritture

Una nota stonata nel coro degli omaggi a JLG.

Perché ogni film di JLG non è solo un film (un racconto: da parecchio), ma è anche un’installazione visiva e un saggio teorico.

Come critico, davanti al film, si può glissare. Perché, da parecchio, non tutto funziona.

Come spettatore, davanti all’opera (che JLG abbia ispirato il concetto stesso di video-arte è storia antica, e molti, da Philippe Parreno a Piotr Uklanski, da Steve McQueen a Douglas Gordon, Mathias Muller, Vibeke Tanberg, Stan Douglas, ne sono debitori strutturali), si può rimanere siderati. La bellezza, la potenza, la curiosità di molte immagini interne al film è devastante.

Come ospite à péage della teoria, davanti al saggio, si può dissentire. E porre un problema.

Le livre de l’image è un’image-parole, il terzo tempo deleuziano. Ha un tema fortissimo: liberare l’immagine filmica dalla parola narrativa, e restituirgli la sua forza iconica. Ne ha scritto Pietro Bianchi (qui) in modo così chiaro da non servire altro.

Per farlo JLG prende le immagini dei film e le assolve da qualsiasi peccato di collusione con il loro contesto: narrativo e storico. Fuori sincrono, fuori formato, surexposées, cromatizzate, spogliate (o liberate) dal loro senso originale. L’effetto, visivo, è straordinario.

JLG deve (è il suo cruccio teorico da sempre) spogliarsi (e liberarsi) della/dalla teoria del montaggio: fare di più delle immagini (da Histoire(s) du cinéma del cinema, non del far cinema), passarle dal plaisir à la jouissance. A JLG non va proprio giù che Eisenstein sia venuto prima di lui.

Il dubbio è che questa egemonia teorica della metonimia, della ressemblance par contact, non funzioni. Sia un errore (teorico).

Le immagini (malgré tout) non sono tutte uguali, non possono sempre stare una di fianco all’altra. Anche senza la loro anima (il colore, il suono, la parola) non significano niente nella sequenza, nell’esposizione. JLG va contro anche a L’oeuvre di Zola. L’epifania (visiva) è l’adattamento automatico delle immagini allo schermo (una funzione da smart tv: l’ha scoperta, ne abusa). Non è più nel tempo, nel presente. Che è fatto anche di un eccesso di sincronicità (non sincronia) digitale di ogni immagine, sempre uguale, sempre presente, sempre coesistente. Proprio per questo è necessario rispondere con il collocamento, la dittatura, di ogni immagine nel suo contesto. Nel suo tempo e nel suo senso. La frattura, la ferita, è più forte quando si fanno parlare le immagini del cinema con quelle fuori dal cinema. Un treno può essere vicino a un treno, anche una mano a una mano. Ma tra un appello dell’Isis ed Elephant non c’è montaggio, non c’è archeologia, non c’è warburghianismo che tenga.

Oggi, monsieur Godard, oggi che tutte le immagini sono uguali, oggi che tutto è a disposizione, fuori tempo, fuori formato e fuori sincrono, le immagini non sono tutte uguali. Certo, JLG non parla di oggi, non parla del 2018, parla del ‘900. L’immagine più recente forse è da Lo squalo, tra Salò e Le sang des bêtes di Franju.

JLG non parla di oggi, anche se lo vuole disperatamente. Facciamocene una ragione.

Monsieur, monsieur, vous n’avez rien contre les vieux?

Si, j’aime bien les jeunes.

 

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