#Cannes2018 | 9: les rillettes

Cannes 2018, cinema

Oltre la metà, verso la fine, tutto quello che è rimasto fuori.

Donbass, Sergei Loznitsa (Un certain regard)

Loznitsa continua nel suo lavoro programmatico di denuncia del comunismo come macchina teatrale di annichilimento del senso e di costruzione di sovrastrutture che annientano la libertà e l’individualità. Ha smesso i panni documentari, ha indossato quelli del grottesco. Perde rigore, rischia la deriva à la Kusturica.

 

Yomedinne, A.B. Shawky (En compétition)

Toccante, toccante, toccante, toccante, toccante, toccante… E basta

 

Gräns, Ali Abbasi (Un certain regard)

La diversity, l’accettazione del mostro, lo stigma della nostra idea di normalità. Visti dalla parte di una coppia di troll. Fa ridere? Sì.

 

Les confines du monde, Guillaume Nicloux (Quinzaine des réalisateurs)

I francesi in Indocina, il solito lavoro sul corpo fuori luogo e fuori posto di Gérard Depardieu. Non arriva quasi niente, dell’uno e dell’altro.

 

Plaire, aimer et courir vite, Christophe Honoré (En compétition)

Da uno dei peggiori registi di Francia, l’anno dopo Campillo, una storia di amore gay e morte per AIDS. Sorprendente, straordinario anche nella sua diversità interna. Più indulgente nella prima parte, quella del vitalismo sessuale (che però costringe l’etero-gazea una riflessione importante sulla differenza tra macchietta e auto-rappresentazione ironica e consapevole del sé), quasi perfetto nella seconda, dell’incontro con il dramma. Honoré, come il suo protagonista (ma qual è il protagonista? l’intellettuale maturo, il giovane che vorrebbe farsi regista, l’uomo adulto, Denis Podalydés – immenso, che non sarà mai?) è egoista. Ma sa mettere in scena una tenerezza fuori dal tempo, una debolezza affascinante. Vince tutti i miei pregiudizi, forse anche vince su Campillo.

 

Joueurs, Marie Monge (Quinzaine des réalisateurs)

Lui porta lei nell’inferno dei ludopatici. Troppo poco noir, senza nessun reale interesse per il fenomeno, tanto tanto francese da Quinzaine. Intrepreti meravigliosi: senza direzione, regalano i loro corpi allo sguardo.

 

Guele d’ange, Vanessa Filho (Un certain regard)

Marion Cotillard bionda e coatta, madre e degenere, alcoolizzata, tradisce il marito (insieme alla testimone) durante la festa di nozze e abbandona la figlia. Un film sul rapporto difficile, mimetico, conflittuale, fideistico, tra una madre e una figlia, scritto da chi (evidentemente) non sa che cosa sia un rapporto tra una madre e una figlia. Se mi sbaglio urgono i servizi sociali in casa, comunque è filmicamente criminale.

 

Teret, Ognjen Glavonic (Quinzaine des réalisateurs)

Guerra dei Balcani. Lui trasporta cadaveri sporchi dal Kosovo a Belgrado con un camion. Sulla strada raccoglie un giovane mezzo-rocker che vuole arrivare a Berlino. Glavonic ha un rigore di sguardo e racconto che incanta, perché gli viene da un’idea di cinema coalescente con il viaggio: traccia una strada e poi la fa deviare (senza deragliare), aprendo a personaggi e storie che stanno di fianco ma producono senso, squarci di reale, interrogazioni sulla realtà e la storia. La macchina da presa, come il conducente, spesso scarta dalla mappa e disegna geometrie perfette (architetture, strutture industriali, design visivo, sempre abbandonati), che gli uomini hanno già dimenticato. Ma è cinema che arriva alla sua meta.

 

Girl, Lukas Dhont (Un certain regard)

Forse il film più convincente della selezione. Nel civilissimo Belgio, Lara è un ragazzo di 16 anni e vuole cambiare sesso, e diventare ballerina. Il padre e il fratellino (l’assenza di un Nome della Madre è il segreto meglio nascosto), insieme a medici e psicologi, la sostengono. Le compagne, di scuola, di corso, no, crudeli come si può (deve) essere a quell’età. Dhont ha due intuizioni. La prima è di raccontare come, di fronte a un cambiamento di stato, sono gli adulti a poter (e dover) capire, mentre gli adolescenti possono (e devono) essere presi dal dubbio e dalla paura. Anche fino alla violenza: delle amiche che chiedono a Lara di mostrare loro il pene e di Lara, che se lo taglia. La seconda è il congelamento dell’incandescenza del tema nel rigore del conto e della ripetizione: i giorni che mancano alla visita, gli anni all’intervento, le prove di danza (ritmate, numerate), i gesti, i grammi.

 

Meurs, monstre, meurs,  Alejandro Fadel (Un certain regard)

Argentina (il paese più psicoanalizzato del mondo, insieme alla Francia). Qualcuno decapita donne, un uomo è folle, un poliziotto indaga, un capitano straparla. Durante il racconto si aprono squarci di luce pura (il dialogo sulla “monarchizzazione” della parola, quello sulle fobie), si arriva a credere che tutto sia possibile (allucinazione, re-incarnazione, doppiezza, complotto), e che si voglia davvero fare un film noir sul linguaggio. Poi, alla fine, arriva il mostro con la coda a glande e il viso a vagina dentata, che penetra il malcapitato mentre si fa soddisfare dal suo braccio. Un fist fucking del cinema.

 

Lazzaro felice, Alice Rohrwacher

Nessuno dei miei pregiudizi è stato ribaltato, nessuna speranza avverata. Solo non capisco perché si continui a usare le categorie delcoraggioe del progetto ambiziosoper giustificare l’hybris di andare dove, semplicemente, non si è capaci di andare. Da Olmi, Bertolucci, Pasolini, e pure in casa di Calvino (Il barone rampante, il Marcovaldo di Funghi in città). Perché dentro la favola (più della fiaba, che dovrebbe essere la matrice e la cornice visiva, perché c’è la morale, l’allegoria e pure il lupo) vale tudo come nei match di combattimento brasiliani (lo sperpero di energia è analogo). Perché della coerenza recitativa (su tutte le altre abbiamo capito: è realismo magico) possa non importare a nessuno (tanto i francesi che un bambino nasca nel profondo Lazio e, crescendo, parli come un bullo della Barona, non se ne accorgono). Perché un film bislacco non possa rimanere quello che è: bislacco.

 

Manbiki Kazoku, Hirozaku Kore-Eda (En compétition)

La famiglia non è un fattore biologico, ma si sceglie. Perfetto, più del solito. Non c’è un dialogo, un’inquadratura, una scelta di scrittura fuori posto. L’apertura progressiva dal nucleo (di ladri, truffatori, assassini e spogliarelliste che si sono trovati in armonia e affetto) all’esterno, fino all’incontro con l’ordine (de)strutturale della Legge è affascinante. Forse uno dei film più riusciti di Kore-Eda. Io, come sempre, non ci sono entrato neanche per un momento. Ma è un problema mia. Facciamone una ragione.

 

Die Stropers, Etienne Kallos (Un certain regard)

Tutto quello che un film sud-africano pensa di dover essere: il buio e la luce gialla del sole, gli spazi aperti, i silenzi, la morbosità sotterranea del paradiso degli afrikaners. Un Kore-Eda cattivo: qua le madri scelgono i figli che non possono avere, scartano quelli deboli (e gay), preferiscono quelli tossici, ma resistenti. Anche qui la figliolanza non è un fatto di sangue, ma un’eredità. Nel senso di una condanna. Però Kore-Eda lo guarda, letteralmente, da un altro continente. Kallos è un figlio (adottato) della Cinéfondation di Cannes, Fremaux ci tiene a ricordarcelo. Lo vedremo ancora, parecchio.

 

Netemo Sametemo,  Ryusuke Hamaguchi (En compétition)

Cioè Asako I & II. La prima si incapriccia di uno sciroccato vestito come Sampei che la molla, la seconda si innamora di uno che ha la stessa faccia e che è un santo. Sampei (diventato modello di fama) torna, e lei molla il santo. Poi ritorna anche lei, dal santo. Che un po’ gli sono girate le balle. Ma non troppo. Eh?

 

Blakkklansman, Spike Lee (En compétition)

Denuncia civile e registro dell’exploitation. Dalla storia vera del primo poliziotto di colore di Colorado Springs che è riuscito a sventare un attacco del KKK e prendersi gioco di David Duke. Se non l’avete capito, Duke è l’amichetto di Trump. Purtroppo a Spike Lee interessa solo questo, e costringe il suo film a essere meno divertente e incendiario di quello che poteva essere. Ha perso l’anarchia degli inizi, è diventato un bravissimo frontman da palco, sempre con la sua retorica (visiva) ad orologeria sul black power. Dalla montagna, il topolino. Nero.

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