#Cannes2018 | 10: la casa(matta) che costruì Lars

Cannes 2018, cinema

Speculare e continuo a Nymph()maniac (soprattutto 2). Bruno Ganz al posto di Stellan Skarsgard come confessore, interlocutore, traghettatore. Un assassino seriale al posto di una ninfomane. Si direbbe: uno che dal dolore (suo, nel cono d’ombra, e degli altri) deriva il piacere, sta al posto di una che per il piacere è disposta a sperimentare anche (e soprattutto) il dolore. Spostamenti. Capitoli (qui 5 incidenti). Parole. Inserzioni di altri film, di immagini d’arte, cambiamenti di formato. William Blake e Albrecht Dürer. È JLG. No, è Von Trier, hors compétition perché a Cannes è persona non grata. Per colpa dei nazisti. Quindi è quanto mai opportuno far dire al suo alter ego che il nazismo, il fascismo, e tutte le dittature, sono i migliori produttori di icone. Insieme a Glenn Gould. Si parla del male. Matt Dillon (restituito al cinema, anche nella sua trasfigurazione in maschera di Jim Carrey) è un serial killer. È Dante (l’accappatoio rosso), che Virgilio (Verge, Virgi in italiano, ma anche un po’ la verga) deve condurre all’inferno (settore 7). Lui è il Male, come Joe era il sesso. Lo pratica, ne parla. Compie azioni non grate: taglia seni, fa il tirassegno con i bambini, li ricompone (cadaveri) come pupazzi, prova a centrare tante teste con una sola pallottola, prende a colpi di crick una rompiscatole (Uma Thurman), soffoca in due riprese un’avida pensionata. Dice che il Male è un’estetica. Come nel cinema. Nel cinema di Von Trier: vediamo le sue immagini. Perché a Von Trier interessa soltanto parlare di sé, di quello che ha fatto e di quello che potrebbe fare. The House That Jack Built (per la cronaca: la casa prima la fa con i mattoni, poi con il legno, alla fine con i cadaveri) non è solo un libretto di istruzioni del cinema di Von Trier (non quello serio, in tante lingue, grosso, che vi spiega come usare un elettrodomestico, piuttosto quel foglietto frusto e plastificato che trovate sugli aerei con le regole per morire felici e composti): è il breviario di tutto quello che Von Trier ha fatto (e farà) per fare incazzare la gente al cinema.
Ma The House That Jack Built è prima di tutto una commedia. La gente è uscita dalla sala (non sentirete parlare d’altro): tant pis, si è persa lo spettacolo d’arte varia di una compagnia di giro (Lars, Matt e Bruno) che ha messo su un vaudeville demoniaco.
Il sangue è ketchup (o sciroppo), i bambini non muoiono, il cuoio del seno strappato e ridotto a portamonete è solo plastica. Uma Thurman tornerà in un nuovo film. La vecchia respira. La polizia (negli altri film) arriva. Non è vero che se urlate dalla finestra di un palazzo nessuno viene in vostro soccorso. Da una botola di una cella frigorifera non si arriva all’Inferno.
L’Inferno non esiste. Come?
Non c’è il ponte distrutto, non c’è la parete, nemmeno il buco di lava.
Non c’è l’Inferno. Quindi neanche il peccato, e meno che mai il castigo.
Non è un’abiura ai suoi peccati, semmai è uno sberleffo, un’altra colossale presa in giro, e insieme una dichiarazione di poetica. Che non è (come per Jack) la convinzione che il male possa produrre arte, ma che l’arte (come sempre, per Lars) si possa raggiungere solo facendo del male agli altri. Agli spettatori. Naturalmente può infastidire. Far male, appunto.
Ma fa anche tanto, tanto, ridere. Perchè la casa che costruisce Lars è una casamatta.

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