#Cannes2018 | 11: En guerre, cinéma social(ist)e

Cannes 2018, cinema

Con La loi de marché: il lavoro, il mercato, le leggi che li determinano, un uomo (Vincent Lindon) che rimane stritolato nell’attrito. Ma anche dopo Une vie: il distanziamento storico, il romanzo, ma ancora l’economia, la proprietà e la dissipazione. Brizé dimostra di essere un autore maturo, con una visione rigorosa della realtà e della sua messa in scena.

En guerre è in sospensione costante tra aderenza documentaria e costruzione millimetrica della finzione. Le vicende della Perrin non sono vere ma reali, ed esemplari. Una società nazionale (francese) di proprietà straniera (tedesca), decide di chiudere un impianto produttivo perché non più competitivo (leggi: profittevole per gli azionisti), ma rifiuta di venderlo (deve considerare  le proposte, per legge, ma può non accettarle, per legge). In mezzo i lavoratori, che si mettono en guerre, lottano, scioperano, bloccano la produzione, chiedono tavoli di trattativa, discutono, si confrontano, litigano, si scontrano con la polizia, con l’opinione pubblica, con i dirigenti, i proprietari, i politici, tra loro. Due linee: alcuni sono disposti ad accettare la buonuscita (maggiorata, sopra, oltre la legge),  altri, con Laurent Amédéo in testa, vogliono il lavoro.

Contingenza contro esistenza.

Non otterranno niente, perché il confronto si avvelena nello scontro, fisico. On a tout perdu connard scrivono sul muro di casa di Laurent: lo trova al ritorno dalla prima visita al nipotino appena nato. Si dà fuoco.

A Brizé non interessa prendere posizioni, perchè (quasi) tutte le posizioni hanno una logica sensatezza (quando non una ragione). Gli interessa capire: le leggi, i meccanismi, la realtà. E farli capire agli spettatori. Compie un percorso inverso a quello di Kieslowski, Loznitza, Pawlikowski (quest’anno abbiamo scoperto anche di Glavonic), per certi versi anche di Wiseman.  Questi decidono di abbracciare la finzione (Wiseman con processi di narrativizzazione sempre più articolati) per raccontare meglio, in modo più efficace e coinvolgente, ciò che prima mostravano con i codici del documentario. Brizé, nell’urgenza di costruire un ritratto il più fedele possibile della realtà, raffina al massimo la scrittura (la sceneggiatura è rigorosissima, i dialoghi perfettamente limati prima della ripresa), la messa in scena, la musica. Bertand Blessing, che viene dal teatro e dalla performance, anche di strada, riesce a generare una potenza bellica del tappeto sonoro sconcertante.

Lindon è, di fatto, l’unico attore professionista, e intorno a lui vediamo il risultato di un lavoro lungo e infaticabile di casting (inversamente proporzionale a quello della ripresa, che è durato poco più di tre settimane), che gli ha affiancato uomini e donne provenienti dal mondo reale. Si percepisce la necessità che, nel massimo di predisposizione e organizzazione filmica, questi uomini e queste donne possano trasferire un’esperienza reale. Ci sono i lavoratori che diventano sindacalisti, icone esemplari: anche nei credits il loro nome e cognome traduce soltanto delle sigle (CGT, SIPI, CFE-CGC, FO,  CFTC…) e dei numeri (#1, #2, #3, #4), come se la loro testimonianza sullo schermo dovesse valere per tutti i travailleurs di Francia. E poi si scopre che l’avvocatessa che li difende è una vera avvocatessa (Valérie Lamond) impegnata nei diritti dei lavoratori, che il giornalista Guillaume Daret presta il suo volto all’inviato di France 2, e che il conseiller social del Presidente è Jean Grosset, che nel PS svolge la stessa funzione (e che recentemente si è confrontato duramente con Macron a proposito dello sciopero dei dipendenti SNCF). Ma anche il sindaco di Agen (costretto a comporre le parti) è Jean-Noel Tronc, presidente della SACEM (Société des auteurs, compositeurs et éditeurs de musique) e l’esperto di economia industriale è Romain de Boissieu, fondatore della società di consulenza Qalis.

Brizé assorbe l’esperienza dal mondo reale a tutti i livelli, per piegarla e usarla come materia da fare (il) cinema.

Lo stesso processo di assunzione e trasformazione è applicato all’immagine televisiva, che serve per facilitare al pubblico il passaggio di informazioni, ma anche per evocare immaginari condivisi: l’assalto fisico a cui è sottoposto l’amministratore delegato della tedesca Pimke, si riconosce immediatamente in quello subìto dai dirigenti di Air France nel 2015.

In mezzo c’è Lindon, che è esso (lui) stesso garanzia di realtà: Vincent è il Thierry di La loi du marché liberato dalla sua condanna al silenzio. Parla ai suoi, agli altri, al mondo (al telefono), parla contro, parla con. In ogni sequenza prima ascolta, poi parla. Assorbe e restituisce, ascolta e ribatte. Ha (ed è) il respiro ritmico della dialettica. È un fiume in piena, una forza, una furia, una corrente di parole. Insieme è un corpo, a cui Brizé concede sempre una focale privilegiata, mettendolo più a fuoco degli altri, in uno scontro, in un tavolo di contrattazione, in una fabbrica o in un brindisi.

La grande curiosità era su come Brizé sarebbe riuscito a tradurre la magia visiva dei suoi film precedenti (la concentrazione sull’uno, l’uso del fuori campo, la staticità) al servizio di un oggetto che invece è plurale (la lotta di classe, di gruppo) e dinamico. Nel fuori campo lascia tutte le relazioni personali (la vita di Vincent è un enigma, un mistero), i dubbi, la reazione degli altri. Quella dell’opinione pubblica ritorna solo come regrets, nelle reciproche accuse degli scioperanti. In campo riesce a ricomporre l’immobilismo della parola nelle concertazioni. Tra le parti, tutte le parti, che sono molte. Usando due o tre punti di vista in contemporanea, che restituiscono al montaggio la violenza delle passioni (e delle idee, quando non delle ideologie) congelate nella volontà di discutere. Il movimento a freddo del confronto rima poi con quello a caldo dello scontro.

Le due scene di contatto fisico tra scioperanti e polizia hanno una potenza inaudita, inedita: i corpi si fronteggiano, si spingono, cercano di compenetrarsi, di prendere posizione e di sostituirsi (in una specie di utopia pasoliniana della reciproca comprensione). Tanto è slabbrata, volgare, disequilibrata e violenta la disposizione dei corpi nell’inseguimento ai padroni, tanto è plastica e pittorica, quella della contrapposizione tra proletari.

Nella seconda (in cui i poliziotti portano via, uno per uno, i dimostranti, segnando la frattura e la perdita del fronte comune), c’è il blocage symbolique del film.

En guerre si va uniti. Si perde, e si muore, da soli.

En guerre (con Pawlikowski, Lee Chang-dong e Jia Zhanke) è la cosa più forte vista a questo Festival. Forse la più necessaria.

p.s.: questa pratica di parlare dei film sarebbe inutile se non ci fosse anche un’esperienza. In sala, ad applaudire per quasi venti minuti, con l’ostinazione di non farli andare via per sentirseli vicini, abbiamo vissuto un’esperienza.

 

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