#Cannes2018 | 14: le palme, fuori i primi, dentro i secondi

Cannes 2018, cinema, Scritture

Ci sarà tempo per riflettere su come questa edizione di Cannes funzioni da termometro del cinema internazionale. Intanto due certezze: la selezione lasciava molte perplessità e invece (senza grandi sorprese tranne, forse, l’epifania di Christophe Honoré), abbiamo avuto molti ottimi film. E poi: per ragioni industrial-distributive Cannes è uscita dal radar del cinema americano, e quindi, nel dubbio, meglio premiarlo. Anche al Palmares si guardava con terrore, perché la coda lunga del #metoo e la composizione della giuria rendeva quasi inevitabile una Palma d’oro a Capharnaüm (per averne un’idea, basta guardare qui)

È inutile far finta di niente: ci troviamo in una contingenza molto particolare, perché il sistema sta rispondendo al senso di colpa per un problema (oggettivo), con una forma deviata di compensazione. E invece poteva andare molto peggio.

Sacrosanta la Caméra d’or a Girl, di Lukas Dhont, il miglior film di Un certain régard, che premia anche Viktor Polster come migliore interprete (maschile e femminile). Nella selezione cadetta Benicio del Toro e compagnia celebrano anche la regia di Sergei Loznitsa con Donbass (imperfetto ed eccessivo, ma senza dubbio tecnicamente interessante), la sceneggiatura di Meryem Benm’Barek con Sofia (in effetti: un meccanismo a orologeria quasi perfetto), e laureano vincitore Grans di Ali Abbasi, l’apologo sulla diversità con i troll (ampiamente sopravvalutato).

Il premio della Miglior Attrice a Samal Yeslyamova, per Aika di Sergey Dvortsevoy, è il primo pegno da pagare al politicamente corretto: in un film nobile per intenti ma vecchio per impostazione (una camera a mano sulla protagonista à la Dardenne), Samal non fa davvero niente di interessante come attrice, ma si limita a essere una testimone (della Storia, di un progetto, di una posizione, ripetiamolo: giusta). D’altronde, in un Festival di film corali, sono poche le interpretazioni femminili che spiccano: di certo la Joanna Kulig di Cold war, forse il gruppo di Shoplifters.

Quello di Miglior Attore a Marcello Donte per il Dogman di Matteo Garrone invece è semplicemente inevitabile. Certo, l’idea che Garrone vinca/valga meno della Rohrwacher lascia sgomenti. Lei si aggiudica la Migliore sceneggiatura con Lazzaro Felice insieme al Panahi di 3 faces. Curioso, altri scrivono il cinema molto meglio: Lee Chang-dong con Burning, Jia Zhang-ke con Ash is Purest White, Stéphane Brizé con En guerre.

Il premio alla sceneggiatura dovrebbe essere uno dei più semplici, ed oggettivi, perché la scrittura del film è una tecnica, oltre che un’arte. Il cinema della Rohrwacher non mi piace (e meno che mai il lavorio collettivo di celebrarla ad ogni costo, anche di fronte ai problemi oggettivi), ma le riconosco una dote, quella della messa in scena, l’imagerie visiva, che non è per nulla banale, a tratti anche affascinante. Quello che manca, al contrario, è proprio un’idea di scrittura, perché Lazzaro felice è sbilanciato prima di tutto per come è condotto: per assurdo era più sensato il Grand Prix per le Meraviglie, che testimoniava un coup de coeur della giuria, più emotivo che razionale.

Al contrario è cristallino (anche se fin troppo avaro) il riconoscimento alla Miglior regia per Cold War di Pawlikowski: la sua mise en scéne è la migliore di questa edizione. E anche la Palma d’oro speciale (una specie di Palma d’oro alla carriera) a Le livre d’image di JLG: pur dissentendo dalla risposta, l’importanza della sua domanda costante sul cinema è inestimabile.

Paradossalmente funziona anche la vittoria di Capharnaümdi Nadine Labaki, come Premio della giuria, perché restituisce il ricatto che la giuria ha subito trovandosi di fronte un film che parlasse così tanto di questione femminile e infantile nel 2018. È il premio che la giuria ha dovuto dare. Intendiamoci: la Labaki è una regista onesta e degna di ogni rispetto (oltre che bellissima: un alter ego della presidenterrima Cate Blanchett, ma mora), il suo grido di denuncia contro le violenze degli ultimi in Medio Oriente dovrebbe essere insegnato e mostrato ogni giorno nelle scuole. Se (ma è una sciocca utopia) il suo premio servisse a sensibilizzare, o cambiare, qualcuno o qualcosa, allora oggi sarebbero felici anche i fratelli Lumière. Ma come regista vale poco, o nulla. Prolissa e affastellatrice nella scrittura e nella presentazione di orrori (ed errori), tremendamente enfatica nella messa in scena, ingenua nella scelta di soluzioni stilistiche (i droni, la musica, il ralenti, la camera a mano). Semplicemente è pessimo cinema al servizio di ottime idee.

Il Grand Prix, va a Blackkklansman di Spike Lee. Ancora un film socialmente importante, solido a tutti i livelli (scrittura, regia, recitazione), ma alla fine imperfetto, non del tutto riuscito. Però adesso gli americani possono star tranquilli: se vengono al mare non si scottano, anzi.

La Palma d’Oro va a Kore-eda con il suo Shoplifters. Più ci penso e più mi convinco che, pur non entrandoci mai, sia un film praticamente perfetto (l’aveva scritto Roberto Manassero qui, ma non volevo credergli fino in fondo)

Più ci penso, però, e più mi convinco che il fatto che Brizé, Lee Chang-dong e Jia Zangh-ke  (chiarisce bene Lorenzo Rossi qui) non abbiano vinto nulla sia criminale. Dopo tutti i distinguo razionali agiti per giustificare i premi, rimane il fatto che loro tre sono quelli che sanno scrivere, filmare e dirigere gli attori meglio di tutti gli altri.

Che strano: non c’erano storie di donne maltrattate, e non c’erano bambini. Parlavano della storia (contemporanea) senza urlare, e senza raccontare favole. Guardavano la realtà, la abitavano.

Incomincio a pensare che sia uno sbaglio.

 

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