21 | Il Bestione in trattoria

black mirror, tv

Nel 2013, quando già il mondo del cocking show sembrava (fin troppo) saturo, Unti e bisunti arrivò come una vera sorpresa: Rubio (al secolo Gabriele Rubini, ex rugbista di talento e cuoco per passione) è il volto che mancava alla declinazione maschile dei programmi di cucina. Una risposta identitaria ed originale alle star da importazione (Anthony Bourdain, il primo e il più grande, Gordon Ramsey, Jamie Oliver). I tentativi di farlo diventare volto di rete e di espanderne il raggio di utilizzo (da Il cacciatore di tifosi a I re della griglia, fino al, derivativo, È uno sporco lavoro) non hanno mai convinto del tutto del tutto, e quindi era naturale una certa perplessità di fronte al nuovo Camionisti in trattoria. Fin dal trailer continuava a ronzare in testa la scena della mangiata pantagruelica de Il bestione, straordinario film del 1974 di Sergio Corbucci, dove un vecchio e taciturno Michel Constantin si portava dietro il fascinoso Giancarlo Giannini, come compagno di guida e di cibo (complice anche una certa somiglianza tra Rubio e il giovane Giannini). Evidentemente la scena l’avevano in testa anche gli autori, perché il format (tre camionisti fanno provare a Rubio tre trattorie alla ricerca della cucina economica e di sostanza) funziona come una costante variazione sul tema di quella situazione. I guidatori entrano, salutano gli altri avventori, scherzano con l’oste (più spesso ostessa), giocano con il menu, Rubio sfida. E poi bocche, bocconi, sughi, padelle, corpi, soddisfazioni, facce da strada, sazietà. Manca solo il vino (bilanciato da una birra in product placement). Ed è ancora una sorpresa: la strada della fiction (già battuta nella seconda, e soprattutto nella terza, stagione di Unti e bisunti, di fatto più una serie che una documentazione-reality a meccanismo) rivitalizza il genere (ottimo il lavoro sulla colonna sonora, tra temi da cinema e canzone popolare), e riesce a far uscire storie, e pezzi di realtà. Fuori dalla limitazioni e dei meccanismi del factual, Rubio ha (di nuovo) trovato la sua strada: la docu-fiction. Quasi un soccorso a certo racconto da commedia all’italiana un po’ in disuso. Con l’aiuto della verità delle storie.

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