24 | Dal laureato al supplente

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Non mi piace usare l’io narrante in questo spazio: per debolezza più che per pudore. Però l’argomento mi tocca, mi coinvolge. Credo (da sempre e) con forza che l’incontro con i professionisti (quelli che fanno il cinema, la televisione, il racconto dei media) sia un momento essenziale della formazione. Non solo nel passaggio delle informazioni, ma nello scarto: nello stupore, nel dubbio, nella fascinazione, nell’accettazione s-centrata della testimonianza (crederci troppo, o troppo poco), c’è il valore del confronto. Il supplente, su Rai2, riesce a rendere ragione di (e onore a) questa dialettica: una classe di liceo (consapevole di partecipare a una lezione eccezionale perché “registrata”) si trova di fronte a un supplente d’eccezione. Saviano, la Maionchi, Mentana, J-Ax. Uomini e donne che hanno qualcosa da insegnare, da raccontare. Chi si stupisce non sa che la loro presenza è (finalmente) una costante dell’insegnamento universitario (e ci saranno presto modi nuovi, e straordinari per farlo). Sembra un paradosso, ma l’idea che la televisione riesca a raccontare come i suoi volti e le sue professionalità possano avere una valenza formativa per la scuola (l’istituzione e gli studenti) declina perfettamente la missione del servizio pubblico. Le lezioni (e soprattutto le reazioni) meritano un plauso. Rimane solo il dubbio sull’utilità di tutte le sovrastrutture da format: perché costruire il frame della sorpresa, che risulta poco credibile nelle forme e nei modi? L’appello alla classe di Saviano, la sua mano, imbarazzata, sempre di fronte al volto o intorno alla testa, racconta già benissimo l’eccezionalità di un incontro più forte, e vero, del solito (anche televisivo). Non c’è bisogno di far finta che queste cose succedano, perché succedono già, e meritano di essere raccontate. Lo faceva già Piero Chiambretti, con Il laureato. Lo facciamo tutti i giorni, anche se nessuno ci riprende.

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