26 XXL | Quei Mondiali senza l’Italia

black mirror, tv

Li ricorderemo come i Mondiali senza l’Italia: quelli in cui la nazionale non gioca le partite, ma le partite si guardano lo stesso. Magari non proprio come quelle in cui i nostri (o i concorrenti diretti) sono in campo a contendersi la vittoria, ma forse più di quelle che seguono l’uscita di scena: questa volta, per sbollire il giramento di scatole, gli spettatori hanno avuto a disposizione un anno intero. Molto meno i vertici RAI: la rinuncia ai diritti del Mondiale in Russia in favore di Mediaset è stato il suicidio definitivo della gestione di Rai Sport da parte di Gabriele Romagnoli. Sembra di sentire la domanda: “I Mondiali senza l’Italia? e chi se li guarda?”. Dubbio (il)legittimo che dimostra che il postulante non solo non è un appassionato di calcio (non dico di sport: molte sono le discipline in grado di solleticare gli intellettuali e gli intellettualismi…) e non guarda il calcio da appassionato, ma neppure è in grado di immaginarlo con l’occhio agile e disincantato dello spettatore distratto (ma curioso).

Le ragioni per guardare un Mondiale senza l’Italia in realtà c’erano. Intanto si narcotizzava l’ansia da prestazione: una competizione assoluta senza un campione a rappresentarci può essere ansiolitica, l’assenza radicale più piacevole della presenza a termine. Spogliati dall’utopia (al confine con la distopia sportiva) di poter fare l’impresa, era meglio rimanere senza cavalieri (non tutti sanno che…Pupi Avati ha depositato una sceneggiatura alternativa, intitolata I pedoni che fecero la figura…).

Oggi, poi, è sempre più semplice ricondurre l’eccezionalità puntuale del Mondiale alla dinamica del calcio per club: dall’extra-ordinario al quotidiano, attraverso forme alternative di mitologia. Sembrava l’edizione di CR7, e invece si è rivelata soltanto un lunghissimo trailer alle sue vicende di mercato: il Magnifico è stato assente dai quarti in poi, così come è rimasto assente dal calcio giocato delle amichevoli estive della Juventus, eppure la sua immanenza è più forte delle performance degli altri. La Croazia degli italiani, l’Argentina senza gli juventini. Senza trasporto nazionalistico (e grazie a Dio che ce ne ha scampato, in questi tempi grami e bui di delirio sovranista) il Mondiali sono stati ricondotti al gusto del Fantacalcio, delle squadre miste, della Playstation, delle biglie con la faccia dei calciatori dentro: non sono più le squadre di club a rappresentare un curioso esempio di multi-culturalismo rispetto alla riconoscibilità territoriale, ma le nazionali ad essere un curioso (e innaturale) mix di giocatori del Barcellona e del Milan (ma sì, qualcuno pure del Milan), del Real Madrid e dell’Inter, del Manchester City e dello United, del PSG, della Roma, del Bayern…

Forse sono state le partite più brutte di sempre, ma fanno ridere: c’è Sampaoli che sembra Sangiorgi e Maradona che si deve far tenere su dal bodyguard quando delira, ci sono gli underdog (più che altro viene da chiedersi chi ci abita ancora al piano alto del canile…) classici e nuovi, c’è la Guerra dei Balcani in Svizzera. L’Islanda ormai è roba vecchia: meglio la Corea del Sud che butta fuori la Germania con un gollonzo che dura dieci secondi ma ci avrebbero fatto su una puntata intera di Holly e Benji. Abbiamo trepidato sul 2-0 del Giappone, che schiantava il Belgio con folate di gioco velocissimo, fuori sincrono rispetto a lunghe fasi di impaludamento, e per un attimo ci è sembrato davvero che il campo fosse lunghissimo, e ricurvo, concavo o convesso a seconda dell’inquadratura, la palla in preda a spasmi sinusoidali (poi Fellaini ha sancito il primato della BD sull’anime). Abbiamo visto crollare gli eroi (Spagna, Argentina, Portogallo, Brasile), in una specie di sovversione degli equilibri geo-politici: dopo Russia-Croazia abbiamo temuto fortemente di trovarci le truppe dell’amico Putin schierate a Trieste.

La realtà è che hanno giocato (quasi) tutti male: l’anno del tramonto del tiki-taka, del trionfo di un calcio funzionalista e utilitaristico (Francia-Croazia).

Non c’era tiki-taka, ma c’era Tiki-Taka Russia. E Pierluigi Pardo è stato il grande sacerdote di questo circo pop. La maschera di cera(lacca) di Graziano Cesari, il capello (finto)unto di Cruciani, il vestito aperto sulle forme felliniane di Ria Antoniu (il voyeurismo si è un po’ attenuato in corsa), la comicità greve di Andrea Pucci. Pardo che rifà il goal di Aldo in Tre uomini e una gamba, saltando fuori da sotto la sabbia. Ma soprattutto Pardo con Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti. Tra parentesi: Paradiso, quasi in contemporanea con l’inizio dei Mondiali, ha rilasciato un video sensazionale per Felicità puttana, in cui Borotalco di Carlo Verdone meetsDrive di NWR (dei videomaker Younuts bisognerebbe parlare a fondo, visto che stanno scrivendo l’intero immaginario clipparo). Insieme fanno Questa nostra stupida canzone d’amore piano e voce, perché uno dei versi dice “sai che ho vinto il mondiale da quando ci sei, sei la Nazionale, del 2006”. Tiki-taka Russia è stato lo specchio (lucido, questa volta, e non deformante, come si dice spesso) di questa esperienza calcistico-televisiva, anche perché il format di talk sportivo con ospiti-tifosi VIP viene da lontano: dal Controcampo di Sandro Piccinini, che succede al più filologico (ma già pop rispetto al modello Rai della DS) Pressing di Marino Bartorelli e Raimondo Vianello, come ripulitura colta del Processo del lunedì e dei contenitori delle tv locali. A costruire (da fuori) il discorso-mondo sul calcio, il GRC (Grande Romanzo del Calcio) attraverso la parola, fuori dalla scrittura (narrativa, e giornalistica specializzata), un tempo c’erano Enrico Vanzina e Giampiero Mughini, oggi Cruciani e Telese. Il calcio come metafora della società dello spettacolo: nel paese in cui tutti si sentono commissari tecnici perché non dovrebbero discettarne politici e politologi, comici e registi, agitatori e agitati? Gli ex giocatori (e gli ex arbitri) sono un contorno, perché non possono esercitare una parola radical-trash, e sono meno propensi a farsi coinvolgere in una rissa (che pure, in questi Mondiali senza l’Italia, nei talk non si litiga nemmeno più, perché fa caldo, per non fare fatica). Se Raimondo Vianello battibeccava paterno con Antonella Elia, oggi Pardo agevola gli sguardi lascivi del pubblico sulle curve di Melissa Satta. Sarebbe troppo semplice però liquidarlo come un(a) deriva(to) di aurei modelli del passato: il format radiofonico che conduce su Radio24insieme a Carlo Genta, Tutti convocati, è forse l’espressione più alta e nobile di parola pop sportiva. E infatti Pierluigi Pardo tornerà da settembre proprio con una nuova edizione di Pressing, in un esplicito passaggio di testimone, definitiva restituzione di centralità al calcio parlato in seconda serata (e non più in terza), in un’epoca che, tra diritti Sky e DZN, parcellizzazione degli appuntamenti durante la settimana, sliding doors di volti e conduzioni, ha reso definitivamente il pallone non più tondo, ma liquido.

Durante i Mondiali, Tiki-taka Russia(Italia1), doveva cedere il passo a Balalaika (Canale5), il caravanserraglio con Nicola Savino e Diego Abatantuono, il Mago Forrest, Belen e Ilary Blasi, Ciccio Graziani e la Giallapa’s. Non è il caso di infierire, ma semmai di riflettere. Nella sua assoluta incompiutezza formale, Balalaika rifletteva un altro modello di trattamento televisivo del calcio: quel Il grande match con Flavio Insinna, che la gestione Romagnoli si inventò per coprire il dopo-partita degli Europei del 2016 (insieme al commento della Gialappa’s di Rai dire Europei, e qualche altro esperimento malriuscito come il Caffè degli Europei). Anche in questo caso c’è un nobile antecedente, che non è certo la Domenica Sportiva, ma le prime edizioni di Quelli che il calcio (gestione Fabio Fazio e Simona Ventura).

In estrema sintesi, se la linea che va da Quelli a Il grande match, fino a Balalaika, si fonda su un modello centrifugo di trattare il calcioquella (più serrata) che va da Pressing fino a Tiki-taka (e di nuovo a Pressing), sceglie un modello centripeto.

Nel primo caso il calcio viene buttato fuori: dall’intuizione (geniale) dei tifosi eccellenti fatti uscire dallo spazio televisivo per seguire le partite in tribuna, fino alla progressiva perdita di centralità, e salienza, della performance sportiva, che rimane sempre lontano dallo studio, fuori campo. Sullo schermo gli si sostituisce la gag, lo scarto, qualcos’altro, qualsiasi altra cosa.

Nel format del talk sportivo, al contrario, sono gli altri (semmai si potrebbe ragionare sulla progressiva distanza di questa alterità) ad essere convocati, chiamati a mettere al centro il discorso, e il pallone. Si potrebbe quasi azzardare un parallelo tra le tipologie di gioco viste in questi Mondiali e le tipologie di discorso ma, trattandosi di temi così importanti (il calcio), meglio ridursi a una certa pudicizia. Intanto, meglio aspettare l’inizio del campionato. E Pressing.

 

 

 

 

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