#Venezia2018 | 3: Le Doubles vies della parola: il corpo, il cinema (Non-Fiction)

cinema, VENEZIA2018

 

Ci sono l’editore e la moglie attrice di teatro (che deve fare la fiction tv), lo scrittore e la sua compagna responsabile della comunicazione di un politico. Lo scrittore va a letto con la moglie del (suo) editore, che peraltro la tradisce con l’addetta al marketing digitale. Poi una coppia di amici, uno scrittore blogger, un giornalista scrittore. Parlano per tutto il film. Di digitalizzazione della scrittura e di valore economico della cultura, di come, quando e perché si legge, di auto-fiction e legittimità del biografico letterario, di social storytelling e autorialità, di politica e comunicazione. E naturalmente d’amore, coppia e tradimenti. Cioè dei temi più rilevanti dell’attualità culturale…e di ciò di cui il cinema francese parla da sempre. Due ore di bo-bo parigini snob (qualcuno non ha mai preso un TGV ma, vivaddio, esiste una cosa che si chiama auto-ironia di classe…) che riflettono sui massimi sistemi? Pourquoi pas? Perché nell’epoca in cui qualunque analfabeta socio-culturale può esprimere la propria opinione sempre e comunque, non dovrebbero farlo scrittori, editori e attori? Attori (del film) tutti in stato di grazia: Guillaume Canet e Juliette Binoche, Vincent Macaigne e Nora Hamzawi, tutto sommato anche Christa Théret.

Peraltro si può ascoltare quello che dicono e rispondere con la formula con cui loro stessi (che di certezze ne hanno pochissime) concludono ogni confronto e conversazione: è solo un’opinione. La parola alluvionale ragiona sulle forme di de-materializzazione: della pagina scritta, dell’esperienza culturale e di quella politica sul campo, dell’invenzione narrativa. (Non-Fiction) è la seconda parte (italiana) del titolo: la prima è Doubles vies. Le vite doppie, parallele e coesistenti, non sono soltanto quelle sentimentali dei protagonisti (traditori senza scampo, per necessità esistenziale), e nemmeno quelle professionali. Che pure implicano sempre uno scarto dal proprio parti pris etico, morale e culturale: tutti fanno qualcosa di diverso da ciò che vorrebbero (o dichiarano di voler) fare. Il double più affascinante di questo piccolo gioiello di Assayas (lontano, certo, dalla complessità di Sils Maria e di Personal Shopper) è proprio rispetto alla parola come pratica di avvicinamento alla (quando non di comprensione della) realtà: l’esperienza passa prima di tutto dal corpo. Corpi nudi, intrecciati, esposti, svestiti e rivestiti, poco vestiti (per seduzione, dimenticanza, sciatteria) o vestitissimi. Corpi che si cercano, si contrappongono (la passione di Selena/Binoche per Léonard/Macaigne, sfatto e goffo, così diverso dal perfetto Alain/Canet), arrivano sempre troppo tardi (nell’età biologica Binoche/Canet, in quella del rapporto Macaigne/Hamzawi) a generare nuova vita, e che pure a questa vita (il figlio della coppia più matura, il figlio che verrà) si aggrappano con fiducia.

E corporeo, moderno (e quindi totalmente pre-digitale) è anche il cinema che sceglie Assayas: elementare, tutto fatto di campi e controcampi e piani americani, perché la figura dentro ci possa stare tutta, sempre fino alle mani. Anche l’ossessione di mangiare sempre lontano dal tavolo, seduti, in piedi, appoggiati in equilibrio precario, non è solo un vezzo da intello, ma una soluzione per tenerli sempre dentro, tutti interi, nell’inquadratura. In fondo, di fronte ai dubbi espressi dalla parola, la risposta possibile è sempre una: il cinema, il suo corpo.

 

 

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