#Venezia2018 | 5: La stella c’era già, adesso è anche (una) buona

cinema, VENEZIA2018

Non è sempre tutto così difficile e cervellotico a un Festival. Può anche essere semplicissimo e dritto come A Star is Born. Può farti piangere (per lui) e entusiasmare per le performance (di lei). Certo, quando senti del nuovo adattamento di un classico hollywoodiano pluri-stagionale (più di quello del 1937 di Wellman ci si ricorda della versione del 1954 di Cukor con Judy Garland, e di quella del 1976 di Pierson con Barbara Streisand) diretto da Bradley Cooper e interpretato dallo stesso Brad e da Lady Gaga, ti viene un po’ di freddo. Hai paura che non riescano a fare nemmeno qualcosa di classico e corretto. E invece fanno esattamente quello. Niente di più e niente di meno, ma, inaspettatamente, funziona. Cooper, folk singer alcoolizzato, stazzonato e innamorato, è perfetto (sa anche cantare, e sicuramente tenere il palco). Lady Gaga, fuori dalla comfort zone di American Horror Story (Bryan Murphy le fa fare la vampira, Hotel, o il demone, Roanoke, comunque sempre assetata di sangue e sesso), non è proprio una scheggia, ma le si chiede di cantare, e lo fa per una buona metà del film: se è una delle massime pop star planetarie ci sarà una ragione. Se poi chiami anche Sam Neil (basta quello che dice, o non dice, ingranando la retro con l’occhio umido, per portare a casa la baracca) e hai un comparto tecnico di ripresa dei concerti di tutto rispetto, puoi anche dirti soddisfatto. C’è poco altro da dire sul film, e scegliamo semmai tre prospettive laterali, giusto per ricondurlo al nostro universo pornopop: più pop che porno, perché qui Lady Gaga è insolitamente casta.

Intanto: deve esserci una regola hollywoodiana che dice che per interpretare A Star is Born bisogna essere una icona gay. Con alcune differenze: Judy Garland lo è diventata dopo (negli anni ’50 le icone gay non esistevano), Barbara Streisand praticamente in contemporanea. Lady Gaga, al contrario è stata “progettata” come oggetto mediale per essere un’icona gay: in un certo senso era una predestinata. Nonostante i divertenti aneddoti di Brad sul provino (le avrebbe chiesto di provare senza trucco, per vedere la sua anima…come il personaggio di Jack con Ally…), in questo caso il cinema ha assorbito, e non generato.

Poi: è interessante il lavoro fatto sui generi musical. Jack è un folk singer: fuori dagli USA può sembrare strano scegliere una direzione così, apparentemente, di nicchia, invece di disegnarlo come un rocker o un pop idol alla Chris Martin o Adam Levine (che renderebbe più “comprensibile” la maturazione della star da spalla folk a vincitrice dei Grammy). Non dimentichiamo che uno dei giudici di The Voice USA (proprio di fianco a Levine) è Blake Shelton, un cantante country, versione ripulita (e non intossicata) per il prime time di Jackson Maine: al di là dei gusti musicali di Brad (che i brani li interpreta e li scrive anche), ancora una volta il cinema strizza l’occhio alla televisione. Lady-Ally-Gaga poi sembra togliersi qualche sassolino dalle scarpe: la sua fase trash (quella che il marito-mentore le imputa come una perdita dell’anima) sembra ricalcata sulle esperienze di Britney Spears (l’esibizione al Saturday Night Live, tutta asse pose sconce) e di Beyoncé (Ally sceglie di esibirsi senza le due ballerine in appoggio scelte dal produttore, identiche a quelle del video di Single Ladies). Di fatto la “vera” Ally-Gaga (certificata dalla morale del film) incomincia dal grande concerto al Forum e si celebra con l’orchestra nel brano dedicato al marito: bella operazione di ripulitura dell’immagine per il pubblico mainstream (che magari se la ricorda vestita di carne cruda agli MTV Music Awards 2012: a Venezia, in passerella, aveva solo le piume).

Infine: intorno a una delle pop star più medializzate del pianeta viene costruito un racconto della vita fuori e dento il set totalmente anacronistico, da Hollywood classica, più vicino alla versione del 1973 che a qualsiasi docu-reality VIP dei nostri giorni. Jack&Ally sono, ancora una volta, gli anti Jay-Z&Beyoncé: non hanno nessuno che controlla la loro privacy e i loro social (anzi, sembra che non li conoscano neppure, semmai li subiscono), che prepari loro la cena e che si preoccupi che non bevano o mangino troppo, che arrivino in orario e, occasionalmente, non si piscino addosso su un palco televisivo o non si suicidino. Questa, al contrario, è la magia del cinema: nessuno, per piangere e per ridere con loro, ha bisogno di crederci.

 

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