#Cannes2018 | 12: Burning e Under the Silver Lake: il noir, la scrittura e le immagini

Cannes 2018, cinema, Scritture

È stupefacente come Under the Silver Lake di David Robert Mitchell e Bunrnig di Lee Chang-dong seguano le stesse traiettorie con risultati opposti. Entrambi nel solco di un noir che non può che essere post-noir (il suo spazio e tempo, classico e moderno, è saturo e finito), di un mistero che può darsi solo come assente, irrisolvibile perché privo di senso.

#Cannes2018 | 11: En guerre, cinéma social(ist)e

Cannes 2018, cinema

Con La loi de marché: il lavoro, il mercato, le leggi che li determinano, un uomo (Vincent Lindon) che rimane stritolato nell’attrito. Ma anche dopo Une vie: il distanziamento storico, il romanzo, ma ancora l’economia, la proprietà e la dissipazione. Brizé dimostra di essere un autore maturo, con una visione rigorosa della realtà e della sua messa in scena.

#Cannes 2018 | 5: Cold War. Il cinema (è) il tradimento.

Cannes 2018, cinema

Nel 1949 un pianista, Wiktor, una insegnante di ballo e un funzionario del partito girano per la campagna polacca alla ricerca di canti popolari.
In una grande villa padronale si fanno le audizioni per trovare cantanti e danzatori in grado di costruire una compagnia d’arte popolare: tra questi c’è Zula, forse ha ammazzato il padre che la molestava (la battuta: “aveva confuso me con mia madre, ma il mio coltello gli ha fatto capire la differenza”) e canta divinamente. Wiktor e Zula si amano, e i loro incontri, e incroci, passeranno da Berlino e Parigi, dalla Yugoslavia a Varsavia, e finiranno in un matrimonio-suicidio in una chiesa sconsacrata. Aspettando la morte su una panchina: “dall’altra parte, perché c’è una vista migliore”.

Ma Cold War non è una storia d’amore.

#Cannes2018|4: Leto, forse (ma solo forse) un film pornopop

Cannes 2018, cinema, Scritture

Leto (L’estate) accende una luce (in bianco e nero) su un micro-cosmo inconnu fuori dai confini russi e da quelli dei feticisti del genere: la scena rock-new wave di Leningrado agli inizi degli anni ’80, tutta stretta tra sale d’incisione improvvisate, case ingombre di bicchieri, dischi, cover di dischi occidentali ricopiate a matita, e il Leningrad Rock Club, l’unica istituzione autorizzata dal potere a tenere concerti (sempre a patto che il pubblico, rigorosamente seduto, non si muova a tempo in modo troppo sfacciato).